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Lettera aperta alla giovane Silvia Romano

Lettera aperta alla giovane Silvia Romano

di Corrado Corradi

 

Cara ragazza,

sono contento di saperti tornata dai tuoi genitori; non perdo tempo a commentare la manfrina che sono riusciti a montare sulle tue spalle per il tuo rientro.

Il dramma che hai sopportato per 18 mesi giustifica persino quella verde palandrana, un’uniforme che rappresenta la peggiore delle violenze perpetrata sulle donne, quella violenza che va oltre lo stupro e che si chiama infibulazione.

I tuoi 18 mesi di prigionia, da quel che è trapelato: i pianti disperati, la paura, la noia, la richiesta di un libro, i diuturni contatti con i tuoi carcerieri, con i quali, volenti o nolenti, giocoforza si instaura un rapporto umano, il disagio fisico e logistico, e la tua adesione a quella spiritualità con la quale i tuoi carcerieri ti affabulavano. I tuoi 18 mesi, dicevo, sono sufficienti a cambiare la prospettiva di vita a chiunque.

Sia che tu getti alle ortiche quella indecente palandrana, bandiera di chi della femminilità vuol fare strame, sia che tu continui a sostenere ciò che quella palandrana rappresenta, ebbene, tu non c’entri, tu sei la vittima delle scelte sconsiderate di una serie di persone. Te le elenco:

Chi ti ha invogliato ad andare in quei posti senza un minimo di cautele.

Chi ti ha rapita, prima per fare di te un ostaggio e poi, mantenendoti ostaggio, per trasformarti nella portavoce della sua religione, che religione più non è perché deteriorata in feroce ideologia che divide il mondo in buoni e cattivi (la Dar al Islam e la Dar al harb, ossia la Casa dell’Islam e la Casa della guerra).

Chi, dopo averti liberata, non ha avuto la virile forza di importi un’altro vestimento spiegandoti che cosi’ non sei più una donna europea o araba, cristiana o musulmana, ma solo uno straccio di bandiera di uno straccio di idea, una sottomessa che cade nel ridicolo per la felicità di manifestare di essere sottomessa.

Chi, e qui mi riferisco ai nostri responsabili politici, si è prestato a quella invereconda passerella che ha esaltato la peggiore delle guerre di religione, il jihad, i suoi combattenti e i suoi sostenitori, e ha mortificato la tua persona. Un gesto, quello di presiedere alla sfilata di moda della verde palandrana, che ha contribuito a coagulare l’attenzione della nebulosa jihadista internazionale intorno alla vittoria di uno dei gruppi peggiori di quella nebulosa: Al Shabab (nella sua branca fedele ad Al Qaida o all’ISIS, non ci è dato di sapere).

 

Chi ti parla, l’Islam lo conosce meglio di quella banda di straccioni assassini e violentatori che ti ha tenuta cattiva per 18 mesi, e per di più è anche padre di una figlia; pertanto, oltre a condividere la gioia dei tuoi, intuisco quello che hai provato dal momento in cui ti hanno sequestrata, a quello della disperazione, a quello della instaurazione di un minimo di rapporto umano che ti sembrava già un miracolo, fino all’instaurarsi di una sorta di sindrome di Stoccolma che alleviava i tuoi patimenti psicologici.

Sappi che l’Islam (che non ho mai mancato di scrivere nei miei articoli con la «I» maiuscola) che hai abbracciato è una impostura e una iattura, perché è l’Islam della parte minoritaria del mondo arabo islamico, quella parte delinquente e assassina di quel mondo con il quale, da cristiano, convivo da 64 anni senza mai cessare di essere cristiano, anzi, consolidandomi nella mia fede.

È un Islam che non disdegna di accoppare musulmani che non pensano islamicamente corretto.

È l’Islam che da religione è degenerato in ideologia, è il nazismo dei lager, il comunismo di Stalin, Pol Pot, Mao e delle brigate rosse; è l’Islam dell’infibulazione, dell’escissione del clitoride e del taglio delle grandi labbra della vagina per «placare la foia della femmina», testuali parole.

Molla quella palandrana, Silvia, «ritorna a tua scienza».

Non ti dico di ritornare ipso facto alla spiritualità dei tuoi genitori e dei tuoi avi, il cristianesimo; ti chiedo di sospendere quella decisione assunta quando eri tenuta prigioniera nel corpo e nella mente e di intraprendere la tua questua spirituale in libertà, adesso che sei libera.

L’Islam ha ben altro da dirti rispetto a quel che ti hanno detto quando eri schiava. Uno degli antidoti a quell’Islam che ti hanno conculcato è l’Islam Sufi, scoprilo ed esploralo.

Ma, credimi, anche un buon prete potrebbe essere la soluzione. Sì, lo so, la nostra spiritualità sta passando un periodo difficile, perché molti preti, troppi, sono dediti più alla chiacchiera che alla contemplazione e disperdono con le vane parole la questua di chi cerca Dio. Tuttavia, i buoni preti non mancano, basta cercarli e troverai anche dei sacerdoti che sappiano reggere il confronto con una fede, quella islamica, che si presenta semplice e ordinata ma che in realtà nasconde trappole spaventose per i neofiti. Qualcuno potrei anche indicartelo io, come anche potrei darti indicazioni sulle confraternite sufi.

Il tuo compito adesso è la questua spirituale per ritrovare te stessa.

Auguri, cara Silvia, e buona questua.

Corrado Corradi

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